Noi Aspettiamo (Godot?)

Regia e preparazione attori Gesualdi/Trono
Supervisione Enzo Moscato
Con Didì/Remo Gogò/Maharajah Pozzo/Massimo Lucky/Giuseppe

Noi Aspettiamo (Godot?) foto di scena di Valentina Quintano 

 Premesse al Progetto

VLADIMIRO una cosa è certa, però: il tempo è lungo, in queste condizioni, e ci spinge a popolarlo di movimenti, che, come dire, che possono a prima vista sembrare ragionevoli, ma ai quali non siamo abituati. Tu mi dirai che è per impedire alla nostra ragione di colare a picco. D’accordo. Ma non sta forse già vagolando nella notte assoluta dei grandi abissi, è questo che mi chiedo talvolta.
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ESTRAGONE Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano.

Il lavoro proposto è il frutto del progetto di laboratorio teatrale e messa in scena ispirato all’opera di S. Beckett “Aspettando Godot”, intrapreso a marzo 2007 con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Il desiderio di mettere il nostro teatro al servizio degli internati dell’O.P.G. di Aversa, e più in generale di tutti coloro che vivono una situazione di disagio sociale, è strettamente legato ad una riflessione doverosa sulla condizione di tutti quegli uomini che subiscono la società, e le cui reazioni a questo sistema di cose sono gioco-forza considerate “fuori dal normale”, perché essi evadono lo spazio della ben disegnata scatola del “vivere civile”, e ancor più, il loro tempo è scandito da quell’urgenza di esistere che paradossalmente ne amplifica gli istanti di cui è composto, contravvenendo così a tutte le regole del singolo individuo “per bene” impegnato nella frenetica costruzione del sé, ma che nello stesso tempo è seduto ad aspettare che la vita di tutti gli altri si viva da sola.

 lo spettacolo

VLADIMIRO […] Che stiamo a fare qui, ecco ciò che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Sì, in questa immensa confusione una cosa sola è chiara: noi aspettiamo che venga Godot.

C’è un particolare sostanziale che separa il tempo biologico, che regola tutte le forme di vita esistenti, da quello più propriamente vissuto dall’uomo: ovvero, il tempo dell’uomo è pensato. Di conseguenza – stando a Cartesio – quello dell’uomo è un tempo dell’esistere, o meglio – visti i tempi che corrono – del “resistere”. La domanda che sta alla base della conduzione di questo lavoro è: di che natura è il tempo di questi uomini “rinchiusi” nel corpo e nella mente? Il loro è soprattutto un tempo dell’attesa: scandita dalla sveglia del mattino, dall’ora della terapia, da quella dei pasti, dalla passeggiata in cortile, dai periodici colloqui psichiatrici, dalle azioni quotidiane, dai gesti e dai suoni della propria malattia, piccoli, assillanti, ripetuti, fuori da ogni possibilità di controllo fisico; un’attesa tanto più dilatata quanto più si è costretti nello spazio in cui si attende. Ma soprattutto il tempo di questi uomini è quello dei loro occhi che guardano in direzione di un altrove - un non/luogo dove i nostri sguardi troppo lineari non arrivano – essi descrivono in maniera circolare un mondo dove tempo e spazio seguono le regole del vuoto e del silenzio. Questi due elementi appunto sono il fondamento e la principale risorsa di una totale libertà creativa e genitrice: questi uomini sono figli di se stessi. Così come lo sono i personaggi di Aspettando Godot.

[…] In Aspettando Godot, il dialogo non conduce mai all’azione ma la conversazione si dichiara come un vuoto conversare, un succedersi di frasi per passare il tempo, per ingannare l’attesa in cui consiste l’essenza della pièce stessa. I due protagonisti aspettano, e colmano il vuoto dell’attesa – e della vita – attraverso una conversazione che ha
continuamente bisogno di trovare un motivo, un pretesto per proseguire; e che continuamente si esaurisce per proporre il problema centrale, aspettare Godot. Non c’è una trama, non c’è una vicenda: c’è un miracolo di coincidenza tra forma e contenuto. Gli spettatori, di fronte a una pièce con al centro l’atto dell’attendere, si riconoscono in
quell’attesa: l’attesa di qualcuno che non verrà diventa la forma attraverso cui si rivela il significato dell’esistenza umana.

( di Paolo Bertinetti, in “Teatro - Samuel Beckett”, edizione Einaudi )

Gesualdi/Trono

Dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa.
Gennaio 2008

Il Tempo e l’Attesa.
La scelta di rappresentare un testo teatrale come “Aspettando Godot” da parte degli internati dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa mi sembra offra una possibilità interpretativa assolutamente e straordinariamente in linea con l’intento di chi l’ha scritta. Non è quindi
semplicemente una dopolavoristica rappresentazione del testo cordiale di un’opera di de Filippo o di Scarpetta recitato da non professionisti e magari carcerati, come capita spesso di assistere. E’
invece un lavoro che va a scavare dentro le anime di chi vive tragicamente una condizione di Tempo che diventa Attesa
(e non altro), in un luogo- l’ospedale psichiatrico giudiziario- in cui la malattia mentale ritenuta socialmente pericolosa ha trascinato e trattenuto anche quei quattro che rappresenteranno Samuel Beckett sul palcoscenico di un teatro. Il Tempo del Manicomio- del resto - è un tempo fermo , immobile , privo di guizzi , se non quelli che possono essere sviluppati dalla riacutizzazione della patologia. Un Tempo di abbandoni e di solitudine , e di Attese per l’appunto.
Ecco perché rappresentare Beckett da parte di un gruppo di internati dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa assume una molteplice valenza di significati , e tutti da lasciarti con la sensazione di un pugno nello stomaco.
E’ rappresentazione , e quindi racconto e partecipazione. E’ certamente riabilitazione , con il laboratorio di teatroterapia della struttura aversana in cui il lavoro del gruppo ha preso forma. E’
ancora psicodramma , con il rappresentarsi dolorosamente consapevoli della durezza del proprio vissuto. E’esibirsi , con tutto il coraggio che questo comporta. E’ anche l’essere consapevoli di non
fare Arte.
Ed è ancora e soprattutto la ulteriore denuncia di quanto ingiusta sia la detenzione di 1200 malati di mente sparsi nei sei ospedali psichiatrici giudiziari in Italia, quando il sessanta per cento di loro quelli ritenuti non più “socialmente pericolosi” - potrebbe essere restituito alla vita libera solo se le dovute attenzioni sanitarie della psichiatria territoriale fossero realmente attuate.
E anche nel testo di Beckett – così come nell’ospedale psichiatrico giudiziario - il Tempo diventa Attesa per non accettare la consapevolezza dell’essere Abbandono.

Adolfo Ferraro

Lo spettacolo è dedicato a tutti quelli che non ce l’hanno fatta.

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