VLADIMIRO una cosa è certa, però:
il tempo è lungo, in queste
condizioni, e ci spinge a popolarlo
di movimenti, che, come dire, che
possono a prima vista sembrare
ragionevoli, ma ai quali non siamo
abituati. Tu mi dirai che è per
impedire alla nostra ragione di
colare a picco. D’accordo. Ma non
sta forse già vagolando nella notte
assoluta dei grandi abissi, è questo
che mi chiedo talvolta.
Segui il mio
ragionamento?
ESTRAGONE Si nasce tutti pazzi.
Alcuni lo restano.
Il lavoro
proposto è il frutto del progetto di
laboratorio teatrale e messa in
scena ispirato all’opera di S.
Beckett “Aspettando Godot”,
intrapreso a marzo 2007 con gli
internati dell’Ospedale Psichiatrico
Giudiziario Filippo Saporito di
Aversa. Il desiderio di mettere il
nostro teatro al servizio degli
internati dell’O.P.G. di Aversa, e
più in generale di tutti coloro che
vivono una situazione di disagio
sociale, è strettamente legato ad
una riflessione doverosa sulla
condizione di tutti quegli uomini
che subiscono la società, e le cui
reazioni a questo sistema di cose
sono gioco-forza considerate “fuori
dal normale”, perché essi evadono lo
spazio della ben disegnata scatola
del “vivere civile”, e ancor più, il
loro tempo è scandito da
quell’urgenza di esistere che
paradossalmente ne amplifica gli
istanti di cui è composto,
contravvenendo così a tutte le
regole del singolo individuo “per
bene” impegnato nella frenetica
costruzione del sé, ma che nello
stesso tempo è seduto ad aspettare
che la vita di tutti gli altri si
viva da sola.
lo
spettacolo
VLADIMIRO […] Che stiamo a
fare qui, ecco ciò che dobbiamo
chiederci. Abbiamo la fortuna di
saperlo. Sì, in questa immensa
confusione una cosa sola è chiara:
noi aspettiamo che venga Godot.
C’è un
particolare sostanziale che separa
il tempo biologico, che regola tutte
le forme di vita esistenti, da
quello più propriamente vissuto
dall’uomo: ovvero, il tempo
dell’uomo è pensato. Di conseguenza
– stando a Cartesio – quello
dell’uomo è un tempo dell’esistere,
o meglio – visti i tempi che corrono
– del “resistere”. La domanda che
sta alla base della conduzione di
questo lavoro è: di che natura è il
tempo di questi uomini “rinchiusi”
nel corpo e nella mente? Il loro è
soprattutto un tempo dell’attesa:
scandita dalla sveglia del mattino,
dall’ora della terapia, da quella
dei pasti, dalla passeggiata in
cortile, dai periodici colloqui
psichiatrici, dalle azioni
quotidiane, dai gesti e dai suoni
della propria malattia, piccoli,
assillanti, ripetuti, fuori da ogni
possibilità di controllo fisico;
un’attesa tanto più dilatata quanto
più si è costretti nello spazio in
cui si attende. Ma soprattutto il
tempo di questi uomini è quello dei
loro occhi che guardano in direzione
di un altrove - un non/luogo dove i
nostri sguardi troppo lineari non
arrivano – essi descrivono in
maniera circolare un mondo dove
tempo e spazio seguono le regole del
vuoto e del silenzio. Questi due
elementi appunto sono il fondamento
e la principale risorsa di una
totale libertà creativa e genitrice:
questi uomini sono figli di se
stessi. Così come lo sono i
personaggi di Aspettando Godot.
[…] In
Aspettando Godot, il dialogo non
conduce mai all’azione ma la
conversazione si dichiara come un
vuoto conversare, un succedersi di
frasi per passare il tempo, per
ingannare l’attesa in cui consiste
l’essenza della pièce stessa. I due
protagonisti aspettano, e colmano il
vuoto dell’attesa – e della vita –
attraverso una conversazione che ha
continuamente bisogno di trovare un
motivo, un pretesto per proseguire;
e che continuamente si esaurisce per
proporre il problema centrale,
aspettare Godot. Non c’è una trama,
non c’è una vicenda: c’è un miracolo
di coincidenza tra forma e
contenuto. Gli spettatori, di fronte
a una pièce con al centro l’atto
dell’attendere, si riconoscono in
quell’attesa: l’attesa di qualcuno
che non verrà diventa la forma
attraverso cui si rivela il
significato dell’esistenza umana.
( di Paolo Bertinetti, in “Teatro -
Samuel Beckett”, edizione Einaudi )
Gesualdi/Trono
Dall’Ospedale
Psichiatrico Giudiziario di Aversa.
Gennaio 2008
Il Tempo
e l’Attesa.
La scelta di rappresentare un testo
teatrale come “Aspettando Godot” da
parte degli internati dell’ospedale
psichiatrico giudiziario di Aversa
mi sembra offra una possibilità
interpretativa assolutamente e
straordinariamente in linea con
l’intento di chi l’ha scritta. Non è
quindi
semplicemente una dopolavoristica
rappresentazione del testo cordiale
di un’opera di de Filippo o di
Scarpetta recitato da non
professionisti e magari carcerati,
come capita spesso di assistere. E’
invece un lavoro che va a scavare
dentro le anime di chi vive
tragicamente una condizione di Tempo
che diventa Attesa
(e non altro), in un luogo-
l’ospedale psichiatrico giudiziario-
in cui la malattia mentale ritenuta
socialmente pericolosa ha trascinato
e trattenuto anche quei quattro che
rappresenteranno Samuel Beckett sul
palcoscenico di un teatro. Il Tempo
del Manicomio- del resto - è un
tempo fermo , immobile , privo di
guizzi , se non quelli che possono
essere sviluppati dalla
riacutizzazione della patologia. Un
Tempo di abbandoni e di solitudine ,
e di Attese per l’appunto.
Ecco perché rappresentare Beckett da
parte di un gruppo di internati
dell’ospedale psichiatrico
giudiziario di Aversa assume una
molteplice valenza di significati ,
e tutti da lasciarti con la
sensazione di un pugno nello
stomaco.
E’ rappresentazione , e quindi
racconto e partecipazione. E’
certamente riabilitazione , con il
laboratorio di teatroterapia della
struttura aversana in cui il lavoro
del gruppo ha preso forma. E’
ancora psicodramma , con il
rappresentarsi dolorosamente
consapevoli della durezza del
proprio vissuto. E’esibirsi , con
tutto il coraggio che questo
comporta. E’ anche l’essere
consapevoli di non
fare Arte.
Ed è ancora e soprattutto la
ulteriore denuncia di quanto
ingiusta sia la detenzione di 1200
malati di mente sparsi nei sei
ospedali psichiatrici giudiziari in
Italia, quando il sessanta per cento
di loro quelli ritenuti non più
“socialmente pericolosi” - potrebbe
essere restituito alla vita libera
solo se le dovute attenzioni
sanitarie della psichiatria
territoriale fossero realmente
attuate.
E anche nel testo di Beckett – così
come nell’ospedale psichiatrico
giudiziario - il Tempo diventa
Attesa per non accettare la
consapevolezza dell’essere
Abbandono.
Adolfo Ferraro
Lo spettacolo è dedicato a
tutti quelli che non ce l’hanno
fatta.