Anno 2 - Numero 30

LA GIOSTRA - OVVERO L'ECCEZIONE E' LA REGOLA

Autore: liberamente tratto da B. Brecht
Regia: Gesualdi/Trono
Compagnia/Produzione: TeatrInGestAzione - O.P.G. Aversa
Cast: Attori ospiti dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa

LE RECENSIONI
La recensione di Claudio Finelli

Avvicinare l’esperienza drammaturgica di Bertolt Brecht è, per chiunque ne sappia cogliere pienamente il senso e la profondità, l’occasione propizia per misurarsi con una concezione del mondo che, a prescindere da qualsiasi inferenza sociologica o politica, è concezione sostanzialmente tragica e dolorosa, infatti da quasi tutti i drammi dell’autore di Augusta emerge una visione sinistra e amara delle cose umane e delle dinamiche socio-comportamentali che colpisce per la consapevolezza e la lucidità quasi antiletteraria con cui vengono rappresentate. Ecco, allora, che la messinscena allestita dalla compagnia di attori dell’O.P.G. di Aversa, coordinati mirabilmente da Anna Gesualdi e Giovanni Trono, traendo spunto da "L'eccezione e la regola" del drammaturgo tedesco, ci restituisce una visione perfetta dell’a-priori ideologico che sosteneva il progetto brechtiano, infatti con rara (ma comprensibilissima) intensità e sorprendente dimestichezza performativa, relativa non solo agli aspetti dell' interpretazione, quanto a quelli della narrazione, Fabio, Ezio e gli altri attori della compagnia riescono a coniugare la semplicità della loro voce e del loro gesto con l’universalità epica della vicenda evocata che, in quanto storia di sfruttati e sfruttatori e di regole astratte ed immutabili contro cui vanamente cozza e si infrange l’asistematicità incancellabile dell’essere, è una storia in cui rivive, palpita, si agita e si consuma la vicenda individuale della detenzione e del disagio psichico, della doppia gabbia e del duplice riscatto, della solitudine disperata e di una giustizia contraddittoria e colpevolmente distratta. L’atto di denuncia implicito nel dramma originario, attentamente raccolto dagli attori dell’O.P.G., ci viene, dunque, restituito in maniera più autentica ed incredibilmente funzionale allo stesso effetto di straniamento perseguito da Brecht poiché lo spettatore non assiste in modo passivo ad una messinscena tradizionale ma viene indotto ad una riflessione critica che, sicuramente lungi dal definirsi come tediosa didascalia dell’azione scenica, è il risultato apprezzabilissimo di una performance metateatrale nella quale, con tanta cura e dedizione d’arte, l’abbandonato ci parla di abbandono e il torturato ci racconta la tortura, elegendoci come polo dialettico di una testimonianza scomoda ma vera che riguarda la coscienza di tutti noi e, purtroppo, la nostra impotenza di fronte ad un sistema tanto ovvio quanto drammaticamente inadeguato alle realtà particolari.

Napoli, Maschio Angioino, 07/07/08

Voto:

Torna su ▲

Anno 2 - Numero 30

Eventi e notizie di Napoli e della Campania
Rassegna stampa, articoli e comunicati su eventi del mondo del teatro e dello spettacolo

L’eccezione è la regola: un viaggio tra Brecht e disagio psichico

foto di Valentina QuintanoUn minimo gesto, un minimo spostamento della prospettiva onomastica, un gioco di parole quasi impercettibile e L’eccezione e la regola di Bertolt Brecht, infrangendo l’originaria funzione copulativo - coordinante della quinta lettera del nostro alfabeto, diventa, grazie all’intelligente intervento drammaturgico di Gesualdi e Trono, un nuovo e provocatorio dramma, cioè L’eccezione è la regola il cui titolo, si badi, non tradisce affatto l’idea di base che spinse lo scrittore tedesco ma, bensì, ne amplifica le potenzialità semantiche e l’implicito, innegabile desiderio di giustizia.

Infatti, dopo averci entusiasmato e sorpreso con l’adattamento del beckettiano Aspettando Godot, lunedì 7 luglio, nell’ambito della rassegna Il Carcere Possibile, tornano in scena gli attori del gruppo di teatroterapia dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa che, stavolta, affrontano con convinzione e coraggio la protesta umana e politica del dramma brechtiano che, come giustamente rilevava lo scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt, dà voce ad una concezione del mondo sostanzialmente dolorosa ed irritante ma, al tempo stesso, poetica e sentimentale.
Gli internati-attori vivranno come interpreti lucidi e consapevoli la vicenda esemplare ed archetipica dell’insanabile diffrazione dell’io, dell’ossimorica compresenza di identità e ruoli che tocca da vicino tanto il corpo sociale, dai benpensanti reputato sano, quanto le singole individualità che, per avventura della sorte, percorrono con affanno ed audacia l’impervio sentiero del paradosso esistenziale.

Lo spettacolo che, dopo l’anteprima del 7 luglio al Maschio Angioino, debutterà a settembre nell’ambito del Festival di Benevento Città Spettacolo, si propone come testimonianza viva e concreta di una condizione che riguarda, in modo uguale e diverso, tutti coloro che, eretici per scelta o per avventura, si vedono incomprensibilmente relegati in un ruolo di subalternità sociale, schiacciati da un potere/regola che organizza in senso omologante ed acritico la coscienza dei più, coartando con pervicace e sistematico cinismo ogni soggettiva ed eterodossa lettura della vita.

Inserita il 08 - 07 - 08
Fonte: Claudio Finelli

Torna su ▲

logo della testata giornalistica on-line Redattore Sociale

Notiziario

CARCERE 11:34  03/07/2008

Parte da Napoli la IV Rassegna di teatro ''Il carcere possibile''. Ma pesa la carenza di fondi

I detenuti di 6 penitenziari campani, tra cui l'istituto Minorile di Airola, gli istituti di Lauro e Pozzuoli, l’Opg di Aversa, per 5 giorni vestiranno i panni di attori professionisti. Rinunce pesanti a causa della mancanza di risorse

NAPOLI – Parte da Napoli la IV Rassegna di teatro “Il carcere possibile”, che si terrà dal 3 al 9 luglio al Maschio Angioino (Piazza Municipio). I detenuti di sei istituti penitenziari campani, tra cui l’istituto Minorile di Airola, gli istituti di Lauro e Pozzuoli, l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, per cinque giorni vestiranno i panni di attori teatrali professionisti. Si tratta solo del momento finale dei laboratori teatrali, svolti a scopo rieducativo e riabilitativo, all’interno delle mura del carcere, in cui l’impegno di detenuti, educatori, registi ed operatori, è confluito, in questi anni, in un’alternativa alle interminabili giornate in cella. L’iniziativa, giunta alla sua quarta edizione quest’anno, è organizzata dall’associazione Il carcere possibile onlus, con la collaborazione del Teatro Mercadante (Teatro Stabile di innovazione) e dell’assessorato al Turismo, Pari Opportunità e Grandi Eventi del Comune di Napoli.

“Il carcere possibile onlus”, nata nel 2003 da un progetto avviato dalla Camera Penale di Napoli, oltre alle attività laboratoriali all’interno degli istituti di pena, tra cui quelle di teatro e cucina, svolge anche attività di denuncia delle condizioni di vita all’interno delle carceri. “Il problema principale – sottolinea Riccardo Polidoro, presidente dell’associazione di avvocati – è un vecchio problema, quello del sovraffollamento, che non si è certo risolto con l’indulto”. “Si pensi che ancora oggi nelle nostre carceri parliamo di un rapporto di 50mila detenuti su una tolleranza massima di 40mila – aggiunge Polidoro – per non parlare poi degli istituti, la maggioranza, che non sono a norma di legge”. Ma la denuncia dell’avvocato non si ferma qui: “Un altro problema è quello della mancanza di fondi – spiega – la stessa che ha fatto sì che istituti come quello di Nisida, che negli anni passati è stato il nostro fiore all’occhiello o come quello di Poggioreale, non abbiano partecipato alla nostra Rassegna quest’anno”. La rassegna, infatti, non gode di finanziamenti pubblici: si tratta di un’iniziativa di volontariato, cui contribuisce, oltre all’associazione Il carcere possibile, solo in piccola parte l’Ordine degli avvocati di Napoli.

La rassegna, che resta l’unica nel suo genere in Italia, dimostra, invece, che il teatro in carcere, se guidato da una certa metodologia artistica, è capace di coinvolgere e arricchire la persona che vi partecipa, la sua salute mentale e corporea, la sua sensibilità, nell’applicazione, al contempo, del principio costituzionale della rieducazione del condannato.

“Si tratta di un’esperienza – sostiene Anna Gesualdi, regista e conduttrice dei laboratori per TeatrInGestAzione all’interno dell’OPG di Aversa, in cui non solo i detenuti, ma anche gli attori e registi, danno il meglio di sé”. “Una delle rarissime occasioni – continua – in cui i detenuti vengono trattati come persone e possono sperimentare la dimensione di un rapporto umano”. “Ora stiamo lavorando con un gruppo di 10 persone – aggiunge la regista – potremmo fare molto di più, ma siamo limitati dalla carenza di fondi e di personale penitenziario”. “Il nostro obiettivo – annuncia la Gesualdi – è quello di creare una cooperativa sociale che punti sull’integrazione tra il dentro e il fuori. Sappiamo che è un’impresa difficile, soprattutto per la burocrazia italiana, ma non impossibile”. Un’ultima nota sullo spettacolo di cui è curatrice: “L’eccezione è la regola”, un testo di Bertolt Brecht. “Una storia che parla di sfruttati e sfruttatori – spiega la regista – nulla di più calzante, dal momento che molti nell’OPG ci sono finiti per non aver commesso nessun reato, se non quello di essere persone con gravi disturbi psichici di cui le famiglie non potevano farsi carico”. (Maria Nocerino)

© Copyright Redattore Sociale

Torna su ▲

Anno 2 - Numero 30

Le Interviste di Teatro.Org
Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano

Alessia Pagliaro, “psicologa di scena', e la scommessa dell’O.P.G. di Aversa

Alessia Pagliaro - psicologa di scena della compagnia teatrale dell'Ospedale Psichiatrico di Aversa - Registi e Ideatori Gesualdi / Trono Dopo aver applaudito gli attori dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa che, nel’ambito della rassegna “Il carcere possibile”, hanno presentato il loro ultimo lavoro “L’eccezione è la regola”, libero adattamento della pièce brechtiana, abbiamo incontrato Alessia Pagliaro, dinamica ed appassionata psicologa che segue, all’interno dell’O.P.G., l’esperienza di teatroterapia avviata già da qualche anno.

Allora Alessia, spiegaci come è nato questo meraviglioso progetto teatrale all’interno dell’O.P.G.
L’esperienza è stata avviata grazie all’impegno dei due registi, cioè Anna Gesualdi e Giovanni Trono, che hanno felicemente pensato di veicolare le infinite potenzialità catartico - terapeutiche della drammatizzazione all’interno dell’O.P.G. Il loro è nato come un progetto dalle grandi ambizioni, un progetto che mira non solo a creare un circolo virtuoso tra teatro e terapia, ma che intende istituire una vera e propria compagnia stabile all’interno dell’O.P.G. e bisogna sottolineare che questa è davvero un’idea molto stimolante perché vuole riconoscere all’esperienza teatrale non soltanto potenzialità terapeutiche ma anche la forza di riqualificare umanamente e professionalmente l’individuo: i ragazzi che vanno in scena, infatti, non sono ricoverati dell’O.P.G. che si misurano con un progetto teatrale ma veri e propri attori che vivono, nel loro privato, il dramma personale della detenzione e del disagio psichico.

Che tipo di lavoro affrontano i ragazzi dell’O.P.G. coinvolti nell’esperienza teatrale?
Anna Gesualdi e Giovanni Trono propongono percorsi di training e studio che sono al tempo stesso estremamente rigorosi ma anche molto aperti alla soggettività ed al vissuto di ogni singolo membro del gruppo. Il loro lavoro, che naturalmente passa anche attraverso l’improvvisazione, è lavoro di squadra, nella misura in cui è finalizzato a creare una positiva e costruttiva dinamica relazionale, ma è anche lavoro centrato sulla singola persona, sulla memoria e sull’urgenza comunicativa di ciascun detenuto.

All’interno di un simile percorso, che ruolo ricopre la figura dello psicologo?
La presenza dello psicologo è legata all’istanza più marcatamente terapeutica dell’operazione, per esempio dopo aver messo in scena “Aspettando Godot” di Beckett, ogni attore ha avuto reazioni differenti ed allora è stata importante la presenza di uno specialista in grado di leggere e decodificare le reazioni emerse alla luce di un iter terapeutico più lungo e complesso.

Quanto incide, secondo te, l’esperienza teatrale sulla condizione psicofisica generale del ricoverato-detenuto?
Io credo abbia una forza d’impatto notevole. Chi conosce la realtà dell’O.P.G., sa bene che parliamo di una sorta di buco nero, all’interno del quale l’individuo entra senza sapere più se, come e quando ne potrà uscire. Infatti entrano in O.P.G. tutti coloro che, giudicati colpevoli, vengono ritenuti incapaci di intendere e di volere e la loro detenzione non cessa, come per tutti gli altri detenuti, al temine della pena, bensì quando non sono più reputati pericolosi per la società. Ma occorre riflettere sull’ardua definibilità del concetto di pericolosità sociale, circostanza da cui deriva che, per molti ricoverati, l’O.P.G. si trasforma in una sorta di trappola che li sospende in un limbo sinistro e senza speranza in cui possono restare reclusi, tragicamente, ben oltre il tempo previsto dalla relativa pena. Insomma in O.P.G. tutte le certezze, benché tristi, di un carcere normale si sbriciolano e vengono meno, rimane solo la paura, la solitudine e l’esclusione dal mondo esterno.

Su quale aspetto dell’esperienza teatrale ti capita di lavorare più frequentemente?
Dopo ciascuna messinscena, il lavoro terapeutico continua e si focalizza essenzialmente sul fatto di essere usciti fuori, sull’opportunità di aver visto ed aver interagito con la società dopo tanto tempo; analizziamo, infatti, la conseguente e immaginabile sensazione di disorientamento e spiazzamento che ne deriva. Lavoriamo molto sull’uscire, su cosa rappresenti per loro raccontare e raccontarsi, su che valore attribuiscano alla possibilità di portare all’esterno dell’O.P.G. la propria voce e la propria testimonianza.

In che senso gli attori dell’O.P.G. di Aversa, attraverso il teatro, pensano di portare all’esterno una propria testimonianza?
In che senso gli attori dell’O.P.G. di Aversa, attraverso il teatro, pensano di portare all’esterno una propria testimonianza?

Infine, mi spieghi come viene accolta questo tipo di iniziativa dalla Direzione Sanitaria dell’O.P.G. e dall’Amministrazione penitenziaria?
Nel complesso il progetto è accolto con grande collaborazione; la Direzione Sanitaria dell’O.P.G. si è sempre dimostrata molto partecipe e sostiene il progetto con grande impegno ed entusiasmo. Talora qualche piccola difficoltà riguarda il rapporto con l’Amministrazione penitenziaria che però, sebbene forse relativizzi la portata dell’operazione, manifesta costantemente una grandissima disponibilità nel facilitarci l’attività e consentirci di operare quanto meglio possibile.  

Inserita il 19 - 07 - 08

Fonte: Claudio Finelli

Torna su ▲

Anno 2 - Numero 8

NOI ASPETTIAMO (GODOT?)

Regia: GESUALDI/TRONO supervisione Enzo Moscato Compagnia/Produzione: OPG Aversa Cast: internati dell'OPG di Aversa O.P.G. Filippo Saporito – Aversa NOI ASPETTIAMO (GODOT?)
Regia e preparazione attori Gesualdi/Trono
Supervisione Enzo Moscato
Con Didì/Remo Gogò/Maharajah Pozzo/Massimo Lucky/Giuseppe
Scheda spettacolo a cura di Anna Gesualdi

 

LE RECENSIONI
La recensione di Claudio Finelli

Spiriti confinati nell’altrove dell’attesa, i protagonisti di questo Godot implacabilmente segnato dalla pena, gli internati-attori dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa sono gli eroi più beckettiani che ci sia mai capitato di applaudire, totalmente ed autenticamente immersi in un vortice di dolente e cosmica prostrazione esistenziale eppur sempre pronti a contrarre il volto in un’ironica ed amara smorfia di superiore e virile disposizione alla sventura.
La regia, semplice ma efficace, di Anna Gesualdi e Giovanni Trono, fa della scena nuda e scarna, disadorna ed essenziale come la vita degli internati, un luogo metafisico ed iper-realistico al tempo stesso, in cui la quotidianità, consumandosi uguale a se stessa al rataplan di un rullìo sordo, si parcellizza in istanti eterni ed interminabili intervalli d’inattività.
Parlando di Marcel Proust, Beckett scriveva che “l’artista è attivo, ma in modo negativo” e la sentenza si adatta perfettamente anche agli attori di questa messinscena, infatti Remo, Maharajah, Massimo e Giuseppe incarnano il prototipo universale del visionario che vive, tragicamente appieno, la progressiva dissoluzione di se stesso e, senza guardare ad alcuna possibile trascendenza del senso, realizza la conoscenza della propria condizione con la scientifica severità di un prisma che scomponga la luce-vita in fenomeni che possano essere singolarmente appresi.
Infine, il merito più evidente dell’operazione ci sembra possa essere riconosciuto nel fatto che il lavoro non ambisce a presentare un gruppo di individui “fuori dal mondo” che si confronta con l’esperienza teatrale quanto, piuttosto, degli individui che, a prescindere dal proprio disagio esistenziale, si propongono come attori consapevolmente coinvolti in una riflessione ampia ed articolata sul tempo, sull’attesa e sull’ardua impresa di mantenere qualsiasi condotta comportamentale allorché la stessa appare tanto infondata quanto la speranza che un Godot giunga a salvarci.

Napoli, Galleria Toledo, 17/01/2008

Voto:

Torna su ▲

 

Aspettando Godot, l'eterna attesa dei reclusi dell'Opg

di Giovanni Chianelli

Aspettando Godot di Beckett, ovvero l'attesa eterna. Quella che non porta a niente, che aspetta se stessa. È la scommessa del gruppo teatrale Gesualdi/Trono di Progetto Attore InGestAzione,  a Galleria Toledo, ne ha messo in scena la rivisitazione "Noi aspettiamo (Godot?)". La parentesi e il punto interrogativo sanno di scetticismo. La rappresentazione, infatti, è stata interpretata da alcuni internati dell'OPG "Filippo Saporito" di Aversa.
 
L'idea è stata del direttore del manicomio, Adolfo Ferraro, la supervisione di Enzo Moscato. Al centro della pièce il concetto di tempo, nell'improbabile confronto tra quello di un internato e di chi sta fuori. Il tempo dei reclusi in un manicomio si dilata fino a divenire insignificante, spesso le pene comminate vengono estese ad arbitrio di perizie psichiatriche. E devono essere riempite di piccole date: sveglia, terapia, pranzo, ora d'aria, igiene. Ma sono uomini, persone. Almeno nella metà dei casi non più ritenuti temibili, ma per i quali non è stata predisposta una vita fuori dalle mura. Torna prepotente il problema dei limiti della legge Basaglia, che non prevede un processo di reinserimento in società per gli ex internati. Figli di nessuno: dopo alcuni anni perdono la residenza originaria e non hanno neanche una struttura sanitaria o burocratica di riferimento. O meglio figli di se stessi, con in dote una libertà creativa immensa. Il progetto teatrale si forgia su queste forze così potenti e vere, non procedenti da alcuna scuola o vissuto convenzionale. La loro recitazione è spontanea non per esigenze sceniche ma perché non potrebbe essere che così.

Fotografa di scena è Valentina Quintano. 25 anni, ha fotografato nell'OPG per ben otto mesi. 200 giorni in manicomio per vivere con i reclusi. Senza mai un attimo di paura. E dire che il Filippo Saporito ha due categorie di "ospiti": i folli rei, quelli che, già noti al servizio igiene mentale, commettono reati e i rei folli. Impazziti durante l'esperienza carceraria. "La violenza di questo tipo di istituzione totale, a parte il fatto di contenerne due allo stesso tempo, carcere e manicomio in un atroce ibrido, risiede nella indeterminatezza delle pene che le persone scontano. Il sistema ha una struttura ad "imbuto" (facile l'accesso, vicina ad essere impossibile l'uscita) e raccoglie numerosi tipi di persone e reati. Reati gravi e di lieve entità, accomunandoli nella definizione, tanto generica quanto insignificante, di "pericolosità sociale".
 
Valentina doveva testimoniare. Ma anche, in una dolorosa forma di empatia, venire investita dai fatti. Migliaia di scatti, ora è conosciuta e accettata. "Spesso mi trovo meglio a parlare con loro, senza le mediazioni e le ritualità formali che devo usare con i cosiddetti normali. Senza retorica, la maggior parte di quelle persone, persone ripeto, non farebbe più male a nessuno. Ma la società non può più accoglierli. Mi domando cosa sia normale". Parole che producono claustrofobia. E immagini shock di mani che cercano al di là delle sbarre, di corridoi tetri e cortili invalicabili. Un lager indecifrabile, colori usciti da un gioco ottico di Escher. Gli sguardi annientati dei detenuti: "perché è soprattutto un carcere. I cui abitanti non sanno come e perché costruirsi in quanto individui. E non c'è legge che possa mediare, o amnistia che riesca a tirarli fuori", dice Valentina. Le foto, in esposizione negli spazi di galleria Toledo nei giorni della rappresentazione, fanno parte di un reportage chiamato "Ergastolo bianco", proprio perché ritraggono una tacita reclusione a vita. Peggio, almeno di questa si conosce il termine."Un ergastolo è fine pena mai. Un ergastolo bianco è: fine pena? Perciò non ho ancora finito di fotografare. Potrei continuare per sempre".
(07 febbraio 2008)

Torna su ▲



Un lavoro teatrale ispirato ai pazienti dell'Opg di Aversa

Scritto da nds   
Saturday 19 January 2008

Al teatro Galleria Toledo, sito ai quartieri spagnoli di Napoli, sta (18 a domenica 20) andando in scena (da venerdì “Noi aspettiamo (Godot?)”, dal testo di Samuel Beckett per la regia e l’adattamento di Giovanni Trono e Anna Gesualdi, con la supervisione dell’attore e regista Enzo Moscato, la pièce - strettamente legata ad una riflessione doverosa sulla condizione di tutti quegli uomini che subiscono la società, e le cui reazioni a questo sistema di cose sono considerate “fuori dal normale”– così come rivisitata dai registi, fa del concetto del tempo il fulcro portante della narrazione. Tempo come elemento cronologico ma anche come componente esistenziale, scandita da un’ urgenza di esistere che - in coloro che subiscono il disagio del vivere – paradossalmente, ne amplifica gli istanti di cui è composto. La domanda che sta alla base di questo lavoro è: Quello dei malati dell'Opg “Filippo Saporito” di Aversa è un tempo dell’attesa: scandita dalla sveglia del mattino, dall’ora della terapia, da quella dei pasti, dalla passeggiata in cortile, dai periodici colloqui psichiatrici, dalle azioni quotidiane, dai gesti e dai suoni della propria malattia, piccoli, assillanti, ripetuti, fuori da ogni possibilità di controllo fisico; un’attesa tanto più dilatata quanto più si è costretti nello spazio in cui si attende. Ma soprattutto, il tempo di questi uomini è quello dei loro occhi che guardano in direzione di un altrove - un non/luogo dove i nostri sguardi troppo lineari non arrivano. Questo elemento rappresenta il fondamento e la principale risorsa di una totale libertà creativa e genitrice: questi uomini sono figli di se stessi. Così come lo sono i personaggi di Aspettando Godot, capolavoro del teatro dell’assurdo, che gli internati di Aversa vivono quotidianamente sulla loro pelle, aspettando un luogo più civile dove essere curati. Giovedì, abbinata allo spettacolo, c’è stata la tavola rotonda “Il Tempo e l’Attesa” moderata dal giornalista Rai Giuseppe Di Bello, in programma oggi alle 12 presso il Teatro Galleria Toledo, a cui ha partecipato il direttore del Saporito, Adolfo Ferraro.

Torna su ▲

 

I "pazzi" di Aversa di scena a Napoli
di Redazione del 16/01/2008 in Arte & Cultura - Letto 228 volte - Voto: 0 / 5

AVERSA. Un luogo di sofferenza e di morte può diventare spazio per la cultura. La prova la offre l’ospedale psichiatrico “Filippo Saporito” di Aversa, i cui internati sono stati protagonisti  lo scorso anno di un laboratorio teatrale, che è sfociato in uno spettacolo, che da stasera a domenica, è in uno dei luoghi simbolo di Napoli.

Al teatro Galleria Toledo, sito ai quartieri spagnoli, va in scena “Noi aspettiamo (Godot?)”, dal testo di Samuel Beckett per la regia e l’adattamento di Giovanni Trono e Anna Gesualdi. Con la supervisione dell’attore e regista Enzo Moscato, la pièce - strettamente legata ad una riflessione doverosa sulla condizione di tutti quegli uomini che subiscono la società, e le cui reazioni a questo sistema di cose sono considerate “fuori dal normale”– così come rivisitata dai registi, fa del concetto del tempo il fulcro portante della narrazione. Tempo come elemento cronologico ma anche come componente esistenziale, scandita da un’ urgenza di esistere che - in coloro che subiscono il disagio del vivere – paradossalmente, ne amplifica gli istanti di cui è composto. La domanda che sta alla base di questo lavoro è: Quello dei malati di Aversa è un tempo dell’attesa: scandita dalla sveglia del mattino, dall’ora della terapia, da quella dei pasti, dalla passeggiata in cortile, dai periodici colloqui psichiatrici, dalle azioni quotidiane, dai gesti e dai suoni della propria malattia, piccoli, assillanti, ripetuti, fuori da ogni possibilità di controllo fisico; un’attesa tanto più dilatata quanto più si è costretti nello spazio in cui si attende. Ma soprattutto, il tempo di questi uomini è quello dei loro occhi che guardano in direzione di un altrove - un non/luogo dove i nostri sguardi troppo lineari non arrivano. Questo elemento rappresenta il fondamento e la principale risorsa di una totale libertà creativa e genitrice: questi uomini sono figli di se stessi. Così come lo sono i personaggi di Aspettando Godot, capolavoro del teatro dell’assurdo, che gli internati di Aversa vivono quotidianamente sulla loro pelle, aspettando un luogo più civile dove essere curati. Abbinata allo spettacolo, c’è la tavola rotonda “Il Tempo e l’Attesa” condotta dal giornalista Rai Giuseppe Di Bello, in programma oggi alle 12 presso il Teatro Galleria Toledo, a cui vi partecipa il direttore del Saporito, dottor Adolfo Ferraro.

Torna su ▲

 

'Ergastolo bianco',
la vita all'Opg di Aversa

Valentina Quintano, 25 anni, ha trascorso otto mesi all'interno dell'ospedale psichiatrico. Ha realizzato un reportage che racconta la vita degli internati: persone che vivono una tacita reclusione a vita
di Giovanni Chianelli

Otto mesi all'interno dell'Ospedale psichiatrico Giudiziario di Aversa "Filippo Saporito", più di duecento giorni alle prese con i reclusi e con questi spazi inviolabili per ricavarne migliaia di scatti. E' nato così "Ergastolo bianco", un reportage fotografico firmato da Valentina Quintano, dedicato alle condizioni di vita degli internati. 25 anni, napoletana, Valentina si è tuffata in quest'avventura umana prima che artistica nel maggio del 2007. E non è ancora capace di uscirne.

Nel reportage ne sono finiti un centinaio, e potrebbero continuare a crescere: "Non so bene quando il mio lavoro potrà definirsi compiuto", dice Valentina, che ha già chiesto varie proroghe al permesso che le è stato concesso. Non vuole andarsene: è ormai parte dell'Ospedale. Uno "strano animaletto", come scherzosamente si è battezzata, che sbuca all'improvviso e scatta. Amata e conosciuta da pazienti e personale, prima di tutti dal direttore, Adolfo Ferraro. Quel tipo di medicoilluminato e illuminante, sguardo sornione acceso da lampi di intelligenza a fior di pelle, che legge dentro. Ma con grazia e ironia. A Valentina, si vede, si è legato. Forse gli piace avere un occhio "capace", come quello di una ragazzina in tuta e obiettivo. Che conosce ogni angolo del manicomio: ne mostra stanze e percorsi, descrive atmosfere e luci. Vederla fuori da queste mura è straniante: diventa ansiosa mentre dentro è viva e allegra. Perfettamente a suo agio, si capisce che l'O.P.G. è diventato una casa.

"Spesso mi trovo meglio a parlare con i pazienti, senza le mediazioni e le ritualità formali che devo usare con i cosiddetti normali. Senza retorica, la maggior parte di queste persone, persone ripeto, non farebbe più male a nessuno. Ma la società non può più accoglierli. Mi domando cosa sia normale. So che è rischioso restare qui a lungo, eppure sento di gestire la situazione. Quando me ne andrò sentirò nostalgia ma devo evolvermi, umanamente e artisticamente". Le diapositive: in bianco e nero, splendide, ipnotiche, vederle in rassegna fa un effetto-tunnel. Alcune si presentano a dittici inseparabili, cornici organiche che possono parlare solo insieme. Una di queste coppie ritrae delle guardie in una sequenza di vita normale, sorridenti nelle loro faccende. Il manicomio è formato anche da chi ci lavora, parte imprescindibile. Ma i protagonisti restano i reclusi: "L'O.P.G. è una vera e propria galera. Con la non trascurabile differenza che da questo carcere non si sa quando uscire. Formalmente molti potrebbero essere rilasciati, ma siccome non si sa come reinserirli in società restano qui". Torna la spinosa questione dell'applicazione della legge Basaglia. In un'immagine si vede solo una mano, che sbuca al di qua delle sbarre. Chiede qualcosa, qualcosa a cui Valentina è chiamata a dar nome: "La violenza di questo tipo di istituzione totale risiede nell'indeterminatezza delle pene che le persone scontano.
 
Il sistema ha una struttura ad "imbuto" (facile l'accesso, vicina ad essere impossibile l'uscita) e raccoglie numerosi tipi di persone e reati. Gravi e di lieve entità, accomunandoli nella definizione, tanto generica quanto insignificante, di pericolosità sociale". Il Filippo Saporito ha infatti due categorie di "ospiti": i folli rei, quelli che, già noti al servizio igiene mentale, commettono reati e i rei folli.

Impazziti durante l'esperienza carceraria. Come i due amici-amanti che si abbracciano rotolando durante l'ora d'aria, in una delle sequenze più toccanti del reportage. Un'altra foto mostra un paziente, fanatico religioso, che stringe una croce. Cerca una risposta al delirio dentro e fuori di lui. Valentina ha anche fotografato le prove di uno spettacolo che gli internati hanno interpretato sulla scorta di un progetto del gruppo teatrale Gesualdi/Trono di Progetto Attore InGestAzione, che in gennaio a Galleria Toledo ha messo in scena "Noi aspettiamo (Godot?)". Il capolavoro di Beckett usato come calzante metafora di un'attesa che aspetta se stessa. Valentina è divenuta d'ufficio fotografa di scena, ma dice che "la pièce non è stato il momento essenziale di questo lavoro. Più importante ciò che è successo durante le prove: la scoperta di una possibilità di comunicazione diversa, di un'intimità fisica nuova". Il manicomio ha una sua precisa teatralità anche strutturale. Molti scatti immortalano gli spazi e gli interni: un lager indecifrabile, colori e dimensioni che potrebbero essere usciti da un gioco ottico di Escher, i cui abitanti non sanno come e perché costruirsi in quanto individui. "E non c'è legge che possa mediare, o amnistia che riesca a tirarli fuori". Un Ergastolo bianco, dunque, proprio perché si tratta di una tacita reclusione a vita. O peggio, di questa, almeno, si conosce il termine."Un ergastolo è fine pena mai. Un ergastolo bianco è: fine pena X".

(18 febbraio 2008)

Torna su ▲

 



Stagione teatrale 2007-2008



Noi aspettiamo (Godot?)
 

17-20 gennaio Galleria Toledo Teatro Stabile d'Innovazione
Noi aspettiamo (Godot?)
in collaborazione con O.P.G. Filippo Saporito Aversa
regia e preparazione attori: Gesualdi/Trono
supervisione Enzo Moscato

 17 gennaio, ore 12.00
Tavola rotonda Il tempo e l'attesa
moderatore: Giuseppe Di Bello- giornalista
relatori
Adolfo Ferraro - psichiatra, Direttore OPG Aversa
Enzo Moscato - autore attore
Enrico De Notaris - psichiatra
Laura Angiulli - autrice regista
Rossella Bonito Oliva - docente di Filosofia Morale dell'Università L'Orientale di Napoli
Valerio Cataldi - giornalista TG2

"Questi uomini - si legge nelle note di regia - descrivono in maniera circolare un mondo dove tempo e spazio seguono le regole del vuoto e del silenzio. Questi due elementi sono il fondamento e la principale risorsa di una totale libertà creativa e genitrice: questi uomini sono figli di se stessi".
Tale spettacolo è realizzato per richiamare l’attenzione ancora una volta sui soggetti reclusi nell’OPG di Aversa e che mantengono tale stato di reclusione a causa di assenze sul territorio di provenienza di strutture sanitarie o di servizi psichiatrici in grado di accoglierli.

Torna su ▲

 
Articolo pubblicato su "Il Napoli - polis" - 17-01-2008
Aspettando Godot

Dal 17 al 20 gennaio 2008, il Teatro stabile d’innovazione Galleria Toledo presenta “Noi aspettiamo (Godot?)”, dal testo di Samuel Beckett per la regia e l’adattamento di Giovanni Trono e Anna Gesualdi, la supervisione di Enzo Moscato e l’interpretazione di Remo, Maharajah, Massimo e Giuseppe, internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Adolfo Ferraro, un passato di attore teatrale alle spalle e da anni impegnato nella cura e nel recupero dei reclusi internati nella struttura che manicomiale che dirige, difende la scelta di un testo che a, prima acchito, può sembrare troppo criptico, impegnativo e senza speranza.

“Non sono d’accordo con chi crede che ai pazienti lungodegenti o ai pazienti affetti da problematiche psichiatriche bisogna far recitare i testi di Eduardo de Filippo o di Scarpetta e non quelli più problematizzati come quelli di Samuel Beckett. Quando abbiamo proposto il testo agli internati lo hanno accettato volentieri perché l’ospedale psichiatrico giudiziario è un luogo dell’attesa e, credo che nessuno meglio di loro possa interpretare, in maniera consapevole, il dolore legato allo scorrere immutabile del tempo che, in un non –luogo come quello del manicomio, è fermo ed immobile. Rappresentare per  loro Beckett assume una molteplice valenza di significati, non solo per le connotazioni catartiche e terapeutiche ad esse collegate ma perché, rispetto ad una commedia passatempo e da dopolavoro, li aiuta ad elaborare ed a sublimare meglio il loro dolore.” Il progetto di laboratorio teatrale intrapreso all’interno dell’OPG di Aversa nel marzo 2007 proseguirà anche in futuro ed è già in programma l’allestimento de L’eccezione e la regola di Bertold Brecht che verrà rappresentato al prossimo Festival del Teatro di Benevento.

Torna su ▲

Articolo tratto dall’edizione Num. 169 Anno 4 del 18/06/2007

“IL CARCERE POSSIBILE”, INTERNATI-ATTORI IN SCENA AL TEATRO MERCADANTE

di Antonio Mangione

 

AVERSA. “Il Carcere Possibile”, organismo o.n.l.u.s., nato nel 2003 da un progetto promosso dalla Camera Penale di Napoli, rinnova per il terzo anno, l’appuntamento al Teatro Mercadante con la rassegna dedicata alle realtà di teatro-carcere degli istituti di pena di Napoli, del territorio regionale e oltre. Saranno a piede libero, per un giorno, i detenuti-attori che prenderanno parte alla rassegna. All’iniziativa, in programma al teatro Mercadante di Napoli dal 20 al 26 giugno, parteciperanno nove istituti di pena, di cui due minorili, e altrettante compagnie teatrali. Tale rassegna annuale di teatro è oggi uno tra i più sensibili progetti italiani di teatro-carcere, teso alla denuncia delle condizioni di vita all’interno degli Istituti Penitenziari, alla rieducazione e al reinserimento sociale dei detenuti, che mantengono tale stato di reclusione a causa di assenze sul territorio di provenienza di strutture sanitarie o di servizi psichiatrici in grado di accoglierli.
Tra i vari Istituti penitenziari campani che prenderanno parte alla rassegna, oltre a quelli di Nisida e Poggioreale, vi parteciperà anche l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa. Un gruppo di ricoverati dell'O.p.g. debutterà giovedì 21 giugno alle ore 18:30 al teatro Mercadante con il testo teatrale “Noi aspettiamo (Godot?)”, liberamente ispirato all’opera “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, realizzato con gli operatori della Teatro Terapia, su progetto e regia di Anna Gesualdi e la supervisione di Enzo Moscato. Il vuoto e il silenzio come elementi e condizione creativa, genitrice: gli uomini protagonisti della storia sono figli di se stessi, proprio come i personaggi di Aspettando Godot.

Torna su ▲

Sabato 23 Giugno 2007

Successo al Mercadante per “Carcere possibile”

Napoli – Sta riscuotendo successo la rassegna di teatro Il carcere possibile, il ciclo di spettacoli in scena al Teatro Mercadante provenienti da diversi Istituti Penitenziari di Napoli, della regione Campania e del Lazio. Hanno particolarmente sorpreso - in un clima di grande attenzione verso tutti i lavori rappresentati - gli spettacoli Mangiatene tutti della Casa Circondariale di Poggioreale, diretto dal regista Pino Carbone (una singolare e a tratti struggente incursione nei temi del Calvario e della Passione di Cristo) e Noi aspettiamo (Godot?) presentato dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa su regia di Anna Gesualdi e la supervisione di Enzo Moscato.
Con alle spalle questi primi tre giorni, la rassegna sospende il programma sabato 23 e domenica 24 per riprendere lunedì 25, con una giornata tutta dedicata agli Istituti per minori. Alle 18.30, infatti, i ragazzi detenuti dell’IPM di Airola presentano al pubblico lo spettacolo La tassa dell’ignoranza, liberamente tratto da La patente, Una voce e Enrico IV di Pirandello. In scena con loro gli attori Enza Di Caprio e Luca Nicolò. La regia è di Antimo Nicolò.

Torna su ▲  

Mercoledì 13 Giugno 2007

Ricoverati nell’Ospedale Psichiatrico al Teatro

Aversa – Il 21 giugno al Teatro Mercadante - nell’ambito della rassegna Il Carcere Possibile - un gruppo di ricoverati nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa debutterà con il testo teatrale “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, realizzato con gli operatori della Teatro Terapia presso l’Istituto aversano (Gesualdi - Trono- Scotto) e la supervisione alla regia di Enzo Moscato.
Dalle note di regia :
“Il tempo di questi uomini- quello dei loro occhi che guardano in direzione di un altrove - un non/luogo dove i nostri sguardi troppo lineari non arrivano - essi descrivono in maniera circolare un mondo dove tempo e spazio seguono le regole del vuoto e del silenzio. Questi due elementi sono il fondamento e la principale risorsa di una totale libertà creativa e genitrice : questi uomini sono figli di se stessi. Come lo sono i personaggi di Aspettando Godot”.
Tale spettacolo è realizzato per richiamare l’attenzione ancora una volta sui soggetti reclusi nell’OPG di Aversa e che mantengono tale stato di reclusione a causa di assenze sul territorio di provenienza di strutture sanitarie o di servizi psichiatrici in grado di accoglierli.

Torna su ▲

Teatro in carcere/ Da Rebibbia a Secondigliano, il Mercadante di Napoli porta in scena le compagnie di detenuti

Lunedí 18.06.2007 19:05

NAPOLI - Il carcere si mostra. Si svela in scena. E’ “il carcere possibile”, quello che dà il nome all’organismo onlus che da tre anni propone in stretta collaborazione con il Teatro Mercadante di Napoli, una rassegna teatrale ricchissima e intensa, coinvolgendo le compagnie di numerosi istituti di pena. Un appuntamento che quest’anno si rinnova nella città partenopea dal 20 al 26 giugno.

Valentina Quintano: momento durante il laboratorio teatrale Gesualdi/Trono- OPG Aversa

Un momento dello spettacolo “Noi aspettiamo (Godot)”

Parte di un più ampio progetto voluto dalla Camera Penale di Napoli, che mira alla denuncia delle condizioni di vita all’interno degli istituti di pena, alla rieducazione e al reinserimento sociale dei detenuti, “la rassegna – fanno sapere gli organizzatori-, con le realtà messe in rete e la sua articolazione, è oggi una delle più sensibili realtà italiane di teatro e carcere”. Dieci gli spettacoli in programma, allestiti dai penitenziari di Roma-Rebibbia, Poggioreale, Opg Aversa, Arienzo, Secondigliano Lauro, Airola, Nisida, Benevento, Civitavecchia. Ad aprire il programma mercoledì 20, alle 18.30 circa, “Tutti i colori della notte”, presentato dalla Compagnia Stabile Assai della Casa di Reclusione di Roma-Rebibbia. Lo spettacolo, con un testo di Marco Valeri e la regia di Antonio Lauritano, alterna brani teatrali, testi poetici e canzoni di un itinerario che attraversa stati emotivi come l’attesa, l’ansia, la paura, il desiderio, la speranza. Sentimenti che, come un filo rosso, attraversano tutti gli appuntamenti scelti per questo speciale cartellone, che vede la libera interpretazione di “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, “Miseria e Nobiltà” di Eduardo Scarpetta, “Lo stato di assedio” dal dramma di Albert Camus. E ancora “Nuvole”, liberamente tratto da“Le Nuvole” di Aristofane.

L’ingresso è gratuito, fino ad esaurimento posti.

 Paola Simonetti

Torna su ▲

 
     

Valid HTML 4.01 Transitional