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Anno 2 - Numero 30
LA GIOSTRA - OVVERO L'ECCEZIONE E' LA REGOLA
Autore: liberamente tratto da B. Brecht Regia: Gesualdi/Trono
Compagnia/Produzione: TeatrInGestAzione - O.P.G. Aversa
Cast: Attori ospiti dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa
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| LE RECENSIONI |
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La recensione di Claudio Finelli
Avvicinare l’esperienza drammaturgica di Bertolt Brecht è,
per chiunque ne sappia cogliere pienamente il senso e la profondità,
l’occasione propizia per misurarsi con una concezione del mondo che,
a prescindere da qualsiasi inferenza sociologica o politica, è concezione
sostanzialmente tragica e dolorosa, infatti da quasi tutti i drammi dell’autore
di Augusta emerge una visione sinistra e amara delle cose umane e delle dinamiche
socio-comportamentali che colpisce per la consapevolezza e la lucidità quasi antiletteraria
con cui vengono rappresentate. Ecco, allora, che la messinscena allestita dalla compagnia di
attori dell’O.P.G. di Aversa, coordinati mirabilmente da Anna Gesualdi e Giovanni Trono,
traendo spunto da "L'eccezione e la regola" del drammaturgo tedesco, ci restituisce una
visione perfetta dell’a-priori ideologico che sosteneva il progetto brechtiano, infatti
con rara (ma comprensibilissima) intensità e sorprendente dimestichezza performativa,
relativa non solo agli aspetti dell' interpretazione, quanto a quelli della narrazione,
Fabio, Ezio e gli altri attori della compagnia riescono a coniugare la semplicità della
loro voce e del loro gesto con l’universalità epica della vicenda evocata che, in quanto
storia di sfruttati e sfruttatori e di regole astratte ed immutabili contro cui vanamente
cozza e si infrange l’asistematicità incancellabile dell’essere, è una storia in cui rivive,
palpita, si agita e si consuma la vicenda individuale della detenzione e del disagio psichico,
della doppia gabbia e del duplice riscatto, della solitudine disperata e di una giustizia
contraddittoria e colpevolmente distratta. L’atto di denuncia implicito nel dramma originario,
attentamente raccolto dagli attori dell’O.P.G., ci viene, dunque, restituito in maniera più
autentica ed incredibilmente funzionale allo stesso effetto di straniamento perseguito da
Brecht poiché lo spettatore non assiste in modo passivo ad una messinscena tradizionale
ma viene indotto ad una riflessione critica che, sicuramente lungi dal definirsi come
tediosa didascalia dell’azione scenica, è il risultato apprezzabilissimo di una performance
metateatrale nella quale, con tanta cura e dedizione d’arte, l’abbandonato ci parla di abbandono
e il torturato ci racconta la tortura, elegendoci come polo dialettico di una testimonianza
scomoda ma vera che riguarda la coscienza di tutti noi e, purtroppo, la nostra impotenza
di fronte ad un sistema tanto ovvio quanto drammaticamente inadeguato alle realtà particolari.
Napoli, Maschio Angioino, 07/07/08
Voto: 
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Anno 2 - Numero 30 |
Eventi e notizie di Napoli e della Campania
Rassegna stampa, articoli e comunicati su eventi del mondo del teatro e dello spettacolo
L’eccezione è la regola: un viaggio tra Brecht e disagio psichico
 Un minimo
gesto, un
minimo
spostamento
della
prospettiva
onomastica, un
gioco di parole
quasi
impercettibile
e L’eccezione e
la regola di
Bertolt Brecht,
infrangendo
l’originaria
funzione
copulativo -
coordinante
della quinta
lettera del
nostro
alfabeto,
diventa, grazie
all’intelligente
intervento
drammaturgico
di Gesualdi e
Trono, un nuovo
e provocatorio
dramma, cioè
L’eccezione è
la regola il
cui titolo, si
badi, non
tradisce
affatto l’idea
di base che
spinse lo
scrittore
tedesco ma,
bensì, ne
amplifica le
potenzialità
semantiche e
l’implicito,
innegabile
desiderio di
giustizia.
Infatti,
dopo averci
entusiasmato e
sorpreso con
l’adattamento
del beckettiano
Aspettando
Godot, lunedì 7
luglio,
nell’ambito
della rassegna
Il Carcere
Possibile,
tornano in
scena gli
attori del
gruppo di
teatroterapia
dell’Ospedale
Psichiatrico
Giudiziario di
Aversa che,
stavolta,
affrontano con
convinzione e
coraggio la
protesta umana
e politica del
dramma
brechtiano che,
come
giustamente
rilevava lo
scrittore
svizzero
Friedrich
Durrenmatt, dà
voce ad una
concezione del
mondo
sostanzialmente
dolorosa ed
irritante ma,
al tempo
stesso, poetica
e sentimentale.
Gli
internati-attori
vivranno come
interpreti
lucidi e
consapevoli la
vicenda
esemplare ed
archetipica
dell’insanabile
diffrazione
dell’io, dell’ossimorica
compresenza di
identità e
ruoli che tocca
da vicino tanto
il corpo
sociale, dai
benpensanti
reputato sano,
quanto le
singole
individualità
che, per
avventura della
sorte,
percorrono con
affanno ed
audacia
l’impervio
sentiero del
paradosso
esistenziale.
Lo
spettacolo che,
dopo
l’anteprima del
7 luglio al
Maschio
Angioino,
debutterà a
settembre
nell’ambito del
Festival di
Benevento Città
Spettacolo, si
propone come
testimonianza
viva e concreta
di una
condizione che
riguarda, in
modo uguale e
diverso, tutti
coloro che,
eretici per
scelta o per
avventura, si
vedono
incomprensibilmente
relegati in un
ruolo di
subalternità
sociale,
schiacciati da
un
potere/regola
che organizza
in senso
omologante ed
acritico la
coscienza dei
più, coartando
con pervicace e
sistematico
cinismo ogni
soggettiva ed
eterodossa
lettura della
vita.
Inserita il 08
- 07 - 08
Fonte:
Claudio
Finelli
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Notiziario
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Parte da Napoli la IV Rassegna di teatro ''Il carcere possibile''. Ma pesa la carenza di fondi
I
detenuti di 6
penitenziari
campani, tra cui
l'istituto
Minorile di
Airola, gli
istituti di Lauro
e Pozzuoli, l’Opg
di Aversa, per 5
giorni vestiranno
i panni di attori
professionisti.
Rinunce pesanti a
causa della
mancanza di
risorse
NAPOLI –
Parte da Napoli
la IV Rassegna di
teatro “Il
carcere
possibile”, che
si terrà dal 3 al
9 luglio al
Maschio Angioino
(Piazza
Municipio). I
detenuti di sei
istituti
penitenziari
campani, tra cui
l’istituto
Minorile di
Airola, gli
istituti di Lauro
e Pozzuoli,
l’Ospedale
Psichiatrico
Giudiziario di
Aversa, per
cinque giorni
vestiranno i
panni di attori
teatrali
professionisti.
Si tratta solo
del momento
finale dei
laboratori
teatrali, svolti
a scopo
rieducativo e
riabilitativo,
all’interno delle
mura del carcere,
in cui l’impegno
di detenuti,
educatori,
registi ed
operatori, è
confluito, in
questi anni, in
un’alternativa
alle
interminabili
giornate in
cella.
L’iniziativa,
giunta alla sua
quarta edizione
quest’anno, è
organizzata
dall’associazione
Il carcere
possibile onlus,
con la
collaborazione
del Teatro
Mercadante
(Teatro Stabile
di innovazione) e
dell’assessorato
al Turismo, Pari
Opportunità e
Grandi Eventi del
Comune di Napoli.
“Il carcere
possibile onlus”,
nata nel 2003 da
un progetto
avviato dalla
Camera Penale di
Napoli, oltre
alle attività
laboratoriali
all’interno degli
istituti di pena,
tra cui quelle di
teatro e cucina,
svolge anche
attività di
denuncia delle
condizioni di
vita all’interno
delle carceri.
“Il problema
principale –
sottolinea
Riccardo Polidoro,
presidente
dell’associazione
di avvocati – è
un vecchio
problema, quello
del
sovraffollamento,
che non si è
certo risolto con
l’indulto”. “Si
pensi che ancora
oggi nelle nostre
carceri parliamo
di un rapporto di
50mila detenuti
su una tolleranza
massima di 40mila
– aggiunge
Polidoro – per
non parlare poi
degli istituti,
la maggioranza,
che non sono a
norma di legge”.
Ma la denuncia
dell’avvocato non
si ferma qui: “Un
altro problema è
quello della
mancanza di fondi
– spiega – la
stessa che ha
fatto sì che
istituti come
quello di Nisida,
che negli anni
passati è stato
il nostro fiore
all’occhiello o
come quello di
Poggioreale, non
abbiano
partecipato alla
nostra Rassegna
quest’anno”. La
rassegna,
infatti, non gode
di finanziamenti
pubblici: si
tratta di
un’iniziativa di
volontariato, cui
contribuisce,
oltre
all’associazione
Il carcere
possibile, solo
in piccola parte
l’Ordine degli
avvocati di
Napoli.
La
rassegna, che
resta l’unica nel
suo genere in
Italia, dimostra,
invece, che il
teatro in
carcere, se
guidato da una
certa metodologia
artistica, è
capace di
coinvolgere e
arricchire la
persona che vi
partecipa, la sua
salute mentale e
corporea, la sua
sensibilità,
nell’applicazione,
al contempo, del
principio
costituzionale
della
rieducazione del
condannato.
“Si
tratta di
un’esperienza
– sostiene
Anna
Gesualdi,
regista e
conduttrice
dei
laboratori
per
TeatrInGestAzione
all’interno
dell’OPG di
Aversa, in
cui non solo
i detenuti,
ma anche gli
attori e
registi,
danno il
meglio di
sé”. “Una
delle
rarissime
occasioni –
continua – in
cui i
detenuti
vengono
trattati come
persone e
possono
sperimentare
la dimensione
di un
rapporto
umano”. “Ora
stiamo
lavorando con
un gruppo di
10 persone –
aggiunge la
regista –
potremmo fare
molto di più,
ma siamo
limitati
dalla carenza
di fondi e di
personale
penitenziario”.
“Il nostro
obiettivo –
annuncia la
Gesualdi – è
quello di
creare una
cooperativa
sociale che
punti
sull’integrazione
tra il dentro
e il fuori.
Sappiamo che
è un’impresa
difficile,
soprattutto
per la
burocrazia
italiana, ma
non
impossibile”.
Un’ultima
nota sullo
spettacolo di
cui è
curatrice:
“L’eccezione
è la regola”,
un testo di
Bertolt
Brecht. “Una
storia che
parla di
sfruttati e
sfruttatori –
spiega la
regista –
nulla di più
calzante, dal
momento che
molti
nell’OPG ci
sono finiti
per non aver
commesso
nessun reato,
se non quello
di essere
persone con
gravi
disturbi
psichici di
cui le
famiglie non
potevano
farsi
carico”.
(Maria
Nocerino)
© Copyright Redattore Sociale
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Anno 2 - Numero 30 |
Le Interviste di Teatro.Org
Interviste ai personaggi del teatro e dello spettacolo italiano
Alessia Pagliaro, “psicologa di scena', e la scommessa dell’O.P.G. di Aversa

Dopo aver applaudito gli attori dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa che, nel’ambito della rassegna “Il carcere possibile”, hanno presentato il loro ultimo lavoro “L’eccezione è la regola”, libero adattamento della pièce brechtiana, abbiamo incontrato Alessia Pagliaro, dinamica ed appassionata psicologa che segue, all’interno dell’O.P.G., l’esperienza di teatroterapia avviata già da qualche anno.
Allora Alessia, spiegaci come è nato questo meraviglioso progetto teatrale all’interno dell’O.P.G.
L’esperienza è stata avviata grazie all’impegno dei due registi, cioè Anna Gesualdi e Giovanni Trono, che hanno felicemente pensato di veicolare le infinite potenzialità
catartico - terapeutiche della drammatizzazione all’interno dell’O.P.G.
Il loro è nato come un progetto dalle grandi ambizioni, un progetto che mira non solo a creare un circolo virtuoso tra teatro e terapia, ma che intende istituire una vera e propria compagnia stabile all’interno dell’O.P.G. e bisogna sottolineare che questa è davvero un’idea molto stimolante perché vuole riconoscere all’esperienza teatrale non soltanto potenzialità terapeutiche ma anche la forza di riqualificare umanamente e professionalmente l’individuo: i ragazzi che vanno in scena, infatti, non sono ricoverati dell’O.P.G. che si misurano con un progetto teatrale ma veri e propri attori che vivono, nel loro privato, il dramma personale della detenzione e del disagio psichico.
Che tipo di lavoro affrontano i ragazzi dell’O.P.G. coinvolti nell’esperienza teatrale? Anna Gesualdi e Giovanni Trono propongono percorsi di training e studio che sono al tempo stesso estremamente rigorosi ma anche molto aperti alla soggettività ed al vissuto di ogni singolo membro del gruppo.
Il loro lavoro, che naturalmente passa anche attraverso l’improvvisazione, è lavoro di squadra, nella misura in cui è finalizzato a creare una positiva e costruttiva dinamica relazionale, ma è anche lavoro centrato sulla singola persona, sulla memoria e sull’urgenza comunicativa di ciascun detenuto.
All’interno di un simile percorso, che ruolo ricopre la figura dello psicologo? La presenza dello psicologo è legata all’istanza più marcatamente terapeutica dell’operazione, per esempio dopo aver messo in scena “Aspettando Godot” di Beckett, ogni attore ha avuto reazioni differenti ed allora è stata importante la presenza di uno specialista in grado di leggere e decodificare le reazioni emerse alla luce di un iter terapeutico più lungo e complesso.
Quanto incide, secondo te, l’esperienza teatrale sulla condizione psicofisica generale del ricoverato-detenuto?Io credo abbia una forza d’impatto notevole. Chi conosce la realtà dell’O.P.G., sa bene che parliamo di una sorta di buco nero, all’interno del quale l’individuo entra senza sapere più se, come e quando ne potrà uscire. Infatti entrano in O.P.G. tutti coloro che, giudicati colpevoli, vengono ritenuti incapaci di intendere e di volere e la loro detenzione non cessa, come per tutti gli altri detenuti, al temine della pena, bensì quando non sono più reputati pericolosi per la società. Ma occorre riflettere sull’ardua definibilità del concetto di pericolosità sociale, circostanza da cui deriva che, per molti ricoverati, l’O.P.G. si trasforma in una sorta di trappola che li sospende in un limbo sinistro e senza speranza in cui possono restare reclusi, tragicamente, ben oltre il tempo previsto dalla relativa pena.
Insomma in O.P.G. tutte le certezze, benché tristi, di un carcere normale si sbriciolano e vengono meno, rimane solo la paura, la solitudine e l’esclusione dal mondo esterno.
Su quale aspetto dell’esperienza teatrale ti capita di lavorare più frequentemente? Dopo ciascuna messinscena, il lavoro terapeutico continua e si focalizza essenzialmente sul fatto di essere usciti fuori, sull’opportunità di aver visto ed aver interagito con la società dopo tanto tempo; analizziamo, infatti, la conseguente e immaginabile sensazione di disorientamento e spiazzamento che ne deriva. Lavoriamo molto sull’uscire, su cosa rappresenti per loro raccontare e raccontarsi, su che valore attribuiscano alla possibilità di portare all’esterno dell’O.P.G. la propria voce e la propria testimonianza.
In che senso gli attori dell’O.P.G. di Aversa, attraverso il teatro, pensano di portare all’esterno una propria testimonianza? In che senso gli attori dell’O.P.G. di Aversa, attraverso il teatro, pensano di portare all’esterno una propria testimonianza?
Infine, mi spieghi come viene accolta questo tipo di iniziativa dalla Direzione Sanitaria dell’O.P.G. e dall’Amministrazione penitenziaria? Nel complesso il progetto è accolto con grande collaborazione; la Direzione Sanitaria dell’O.P.G. si è sempre dimostrata molto partecipe e sostiene il progetto con grande impegno ed entusiasmo. Talora qualche piccola difficoltà riguarda il rapporto con l’Amministrazione penitenziaria che però, sebbene forse relativizzi la portata dell’operazione, manifesta costantemente una grandissima
disponibilità nel facilitarci l’attività e consentirci di operare quanto meglio possibile.
Inserita il 19 - 07 - 08
Fonte:
Claudio Finelli
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Anno 2 -
Numero 8
NOI ASPETTIAMO (GODOT?)
Regia: GESUALDI/TRONO
supervisione Enzo Moscato
Compagnia/Produzione: OPG
Aversa Cast: internati
dell'OPG di Aversa O.P.G.
Filippo Saporito – Aversa
NOI ASPETTIAMO (GODOT?)
Regia e preparazione attori
Gesualdi/Trono
Supervisione
Enzo Moscato
Con Didì/Remo
Gogò/Maharajah Pozzo/Massimo
Lucky/Giuseppe
Scheda
spettacolo a cura di Anna
Gesualdi
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LE RECENSIONI |
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La recensione di
Claudio Finelli
Spiriti confinati
nell’altrove
dell’attesa, i
protagonisti di questo
Godot implacabilmente
segnato dalla pena, gli
internati-attori
dell’Ospedale
Psichiatrico Giudiziario
di Aversa sono gli eroi
più beckettiani che ci
sia mai capitato di
applaudire, totalmente
ed autenticamente
immersi in un vortice di
dolente e cosmica
prostrazione
esistenziale eppur
sempre pronti a
contrarre il volto in
un’ironica ed amara
smorfia di superiore e
virile disposizione alla
sventura.
La regia, semplice ma
efficace, di Anna
Gesualdi e Giovanni
Trono, fa della scena
nuda e scarna, disadorna
ed essenziale come la
vita degli internati, un
luogo metafisico ed
iper-realistico al tempo
stesso, in cui la
quotidianità,
consumandosi uguale a se
stessa al rataplan di un
rullìo sordo, si
parcellizza in istanti
eterni ed interminabili
intervalli d’inattività.
Parlando di Marcel
Proust, Beckett scriveva
che “l’artista è attivo,
ma in modo negativo” e
la sentenza si adatta
perfettamente anche agli
attori di questa
messinscena, infatti
Remo, Maharajah, Massimo
e Giuseppe incarnano il
prototipo universale del
visionario che vive,
tragicamente appieno, la
progressiva dissoluzione
di se stesso e, senza
guardare ad alcuna
possibile trascendenza
del senso, realizza la
conoscenza della propria
condizione con la
scientifica severità di
un prisma che scomponga
la luce-vita in fenomeni
che possano essere
singolarmente appresi.
Infine, il merito più
evidente dell’operazione
ci sembra possa essere
riconosciuto nel fatto
che il lavoro non
ambisce a presentare un
gruppo di individui
“fuori dal mondo” che si
confronta con
l’esperienza teatrale
quanto, piuttosto, degli
individui che, a
prescindere dal proprio
disagio esistenziale, si
propongono come attori
consapevolmente
coinvolti in una
riflessione ampia ed
articolata sul tempo,
sull’attesa e sull’ardua
impresa di mantenere
qualsiasi condotta
comportamentale allorché
la stessa appare tanto
infondata quanto la
speranza che un Godot
giunga a salvarci.
Napoli, Galleria Toledo,
17/01/2008
Voto:

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Aspettando Godot,
l'eterna attesa dei reclusi
dell'Opg
di
Giovanni
Chianelli
Aspettando Godot di
Beckett, ovvero l'attesa
eterna. Quella che non
porta a niente, che
aspetta se stessa. È la
scommessa del gruppo
teatrale Gesualdi/Trono
di Progetto Attore
InGestAzione, a
Galleria Toledo, ne ha
messo in scena la
rivisitazione "Noi
aspettiamo (Godot?)". La
parentesi e il punto
interrogativo sanno di
scetticismo. La
rappresentazione,
infatti, è stata
interpretata da alcuni
internati dell'OPG
"Filippo Saporito" di
Aversa.
L'idea è stata del
direttore del manicomio,
Adolfo Ferraro, la
supervisione di Enzo
Moscato. Al centro della
pièce il concetto di
tempo, nell'improbabile
confronto tra quello di
un internato e di chi
sta fuori. Il tempo dei
reclusi in un manicomio
si dilata fino a
divenire insignificante,
spesso le pene comminate
vengono estese ad
arbitrio di perizie
psichiatriche. E devono
essere riempite di
piccole date: sveglia,
terapia, pranzo, ora
d'aria, igiene. Ma sono
uomini, persone. Almeno
nella metà dei casi non
più ritenuti temibili,
ma per i quali non è
stata predisposta una
vita fuori dalle mura.
Torna prepotente il
problema dei limiti
della legge Basaglia,
che non prevede un
processo di
reinserimento in società
per gli ex internati.
Figli di nessuno: dopo
alcuni anni perdono la
residenza originaria e
non hanno neanche una
struttura sanitaria o
burocratica di
riferimento. O meglio
figli di se stessi, con
in dote una libertà
creativa immensa. Il
progetto teatrale si
forgia su queste forze
così potenti e vere, non
procedenti da alcuna
scuola o vissuto
convenzionale. La loro
recitazione è spontanea
non per esigenze
sceniche ma perché non
potrebbe essere che
così.
Fotografa di scena è
Valentina Quintano. 25
anni, ha fotografato
nell'OPG per ben otto
mesi. 200 giorni in
manicomio per vivere con
i reclusi. Senza mai un
attimo di paura. E dire
che il Filippo Saporito
ha due categorie di
"ospiti": i folli rei,
quelli che, già noti al
servizio igiene mentale,
commettono reati e i rei
folli. Impazziti durante
l'esperienza carceraria.
"La violenza di questo
tipo di istituzione
totale, a parte il fatto
di contenerne due allo
stesso tempo, carcere e
manicomio in un atroce
ibrido, risiede nella
indeterminatezza delle
pene che le persone
scontano. Il sistema ha
una struttura ad
"imbuto" (facile
l'accesso, vicina ad
essere impossibile
l'uscita) e raccoglie
numerosi tipi di persone
e reati. Reati gravi e
di lieve entità,
accomunandoli nella
definizione, tanto
generica quanto
insignificante, di
"pericolosità sociale".
Valentina doveva
testimoniare. Ma anche,
in una dolorosa forma di
empatia, venire
investita dai fatti.
Migliaia di scatti, ora
è conosciuta e
accettata. "Spesso mi
trovo meglio a parlare
con loro, senza le
mediazioni e le
ritualità formali che
devo usare con i
cosiddetti normali.
Senza retorica, la
maggior parte di quelle
persone, persone ripeto,
non farebbe più male a
nessuno. Ma la società
non può più accoglierli.
Mi domando cosa sia
normale". Parole che
producono claustrofobia.
E immagini shock di mani
che cercano al di là
delle sbarre, di
corridoi tetri e cortili
invalicabili. Un lager
indecifrabile, colori
usciti da un gioco
ottico di Escher. Gli
sguardi annientati dei
detenuti: "perché è
soprattutto un carcere.
I cui abitanti non sanno
come e perché costruirsi
in quanto individui. E
non c'è legge che possa
mediare, o amnistia che
riesca a tirarli fuori",
dice Valentina. Le foto,
in esposizione negli
spazi di galleria Toledo
nei giorni della
rappresentazione, fanno
parte di un reportage
chiamato "Ergastolo
bianco", proprio perché
ritraggono una tacita
reclusione a vita.
Peggio, almeno di questa
si conosce il
termine."Un ergastolo è
fine pena mai. Un
ergastolo bianco è: fine
pena? Perciò non ho
ancora finito di
fotografare. Potrei
continuare per sempre".
(07 febbraio 2008)
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Un lavoro teatrale ispirato
ai pazienti dell'Opg di
Aversa
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Scritto
da nds
Saturday 19 January 2008
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Al teatro
Galleria Toledo, sito ai
quartieri spagnoli di
Napoli, sta (18 a domenica
20) andando in scena (da
venerdì “Noi aspettiamo
(Godot?)”, dal testo di
Samuel Beckett per la regia
e l’adattamento di Giovanni
Trono e Anna Gesualdi, con
la supervisione dell’attore
e regista Enzo Moscato, la
pièce - strettamente legata
ad una riflessione doverosa
sulla condizione di tutti
quegli uomini che subiscono
la società, e le cui
reazioni a questo sistema di
cose sono considerate “fuori
dal normale”– così come
rivisitata dai registi, fa
del concetto del tempo il
fulcro portante della
narrazione. Tempo come
elemento cronologico ma
anche come componente
esistenziale, scandita da
un’ urgenza di esistere che
- in coloro che subiscono il
disagio del vivere –
paradossalmente, ne
amplifica gli istanti di cui
è composto. La domanda che
sta alla base di questo
lavoro è: Quello dei malati
dell'Opg “Filippo Saporito”
di Aversa è un tempo
dell’attesa: scandita dalla
sveglia del mattino,
dall’ora della terapia, da
quella dei pasti, dalla
passeggiata in cortile, dai
periodici colloqui
psichiatrici, dalle azioni
quotidiane, dai gesti e dai
suoni della propria
malattia, piccoli,
assillanti, ripetuti, fuori
da ogni possibilità di
controllo fisico; un’attesa
tanto più dilatata quanto
più si è costretti nello
spazio in cui si attende. Ma
soprattutto, il tempo di
questi uomini è quello dei
loro occhi che guardano in
direzione di un altrove - un
non/luogo dove i nostri
sguardi troppo lineari non
arrivano. Questo elemento
rappresenta il fondamento e
la principale risorsa di una
totale libertà creativa e
genitrice: questi uomini
sono figli di se stessi.
Così come lo sono i
personaggi di Aspettando
Godot, capolavoro del teatro
dell’assurdo, che gli
internati di Aversa vivono
quotidianamente sulla loro
pelle, aspettando un luogo
più civile dove essere
curati. Giovedì, abbinata
allo spettacolo, c’è stata
la tavola rotonda “Il Tempo
e l’Attesa” moderata dal
giornalista Rai Giuseppe Di
Bello, in programma oggi
alle 12 presso il Teatro
Galleria Toledo, a cui ha
partecipato il direttore del
Saporito, Adolfo Ferraro.
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I "pazzi" di Aversa di scena
a Napoli
di
Redazione del 16/01/2008 in
Arte & Cultura -
Letto 228 volte - Voto: 0 /
5 |
AVERSA. Un
luogo di sofferenza e di
morte può diventare spazio
per la cultura. La prova la
offre l’ospedale
psichiatrico “Filippo
Saporito” di Aversa, i cui
internati sono stati
protagonisti lo scorso anno
di un laboratorio teatrale,
che è sfociato in uno
spettacolo, che da stasera a
domenica, è in uno dei
luoghi simbolo di Napoli.
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Al teatro Galleria Toledo,
sito ai quartieri spagnoli,
va in scena “Noi
aspettiamo (Godot?)”,
dal testo di Samuel Beckett
per la regia e l’adattamento
di Giovanni Trono e Anna
Gesualdi. Con la
supervisione dell’attore e
regista Enzo Moscato, la
pièce - strettamente legata
ad una riflessione doverosa
sulla condizione di tutti
quegli uomini che subiscono
la società, e le cui
reazioni a questo sistema di
cose sono considerate “fuori
dal normale”– così come
rivisitata dai registi, fa
del concetto del tempo il
fulcro portante della
narrazione. Tempo come
elemento cronologico ma
anche come componente
esistenziale, scandita da
un’ urgenza di esistere che
- in coloro che subiscono il
disagio del vivere –
paradossalmente, ne
amplifica gli istanti di cui
è composto. La domanda che
sta alla base di questo
lavoro è: Quello dei malati
di Aversa è un tempo
dell’attesa: scandita dalla
sveglia del mattino,
dall’ora della terapia, da
quella dei pasti, dalla
passeggiata in cortile, dai
periodici colloqui
psichiatrici, dalle azioni
quotidiane, dai gesti e dai
suoni della propria
malattia, piccoli,
assillanti, ripetuti, fuori
da ogni possibilità di
controllo fisico; un’attesa
tanto più dilatata quanto
più si è costretti nello
spazio in cui si attende. Ma
soprattutto, il tempo di
questi uomini è quello dei
loro occhi che guardano in
direzione di un altrove - un
non/luogo dove i nostri
sguardi troppo lineari non
arrivano. Questo elemento
rappresenta il fondamento e
la principale risorsa di una
totale libertà creativa e
genitrice: questi uomini
sono figli di se stessi.
Così come lo sono i
personaggi di Aspettando
Godot, capolavoro del teatro
dell’assurdo, che gli
internati di Aversa vivono
quotidianamente sulla loro
pelle, aspettando un luogo
più civile dove essere
curati. Abbinata allo
spettacolo, c’è la tavola
rotonda “Il Tempo e
l’Attesa” condotta dal
giornalista Rai Giuseppe Di
Bello, in programma oggi
alle 12 presso il Teatro
Galleria Toledo, a cui vi
partecipa il direttore del
Saporito, dottor Adolfo
Ferraro.
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'Ergastolo bianco',
la vita all'Opg di Aversa
Valentina Quintano, 25 anni,
ha trascorso otto mesi
all'interno dell'ospedale
psichiatrico. Ha realizzato
un reportage che racconta la
vita degli internati:
persone che vivono una
tacita reclusione a vita
di Giovanni Chianelli
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Otto mesi
all'interno dell'Ospedale
psichiatrico Giudiziario di
Aversa "Filippo Saporito",
più di duecento giorni alle
prese con i reclusi e con
questi spazi inviolabili per
ricavarne migliaia di
scatti. E' nato così
"Ergastolo bianco", un
reportage fotografico
firmato da Valentina
Quintano, dedicato alle
condizioni di vita degli
internati. 25 anni,
napoletana, Valentina si è
tuffata in quest'avventura
umana prima che artistica
nel maggio del 2007. E non è
ancora capace di uscirne.
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Nel reportage ne sono
finiti un centinaio, e
potrebbero continuare a
crescere: "Non so bene
quando il mio lavoro potrà
definirsi compiuto", dice
Valentina, che ha già
chiesto varie proroghe al
permesso che le è stato
concesso. Non vuole
andarsene: è ormai parte
dell'Ospedale. Uno "strano
animaletto", come
scherzosamente si è
battezzata, che sbuca
all'improvviso e scatta.
Amata e conosciuta da
pazienti e personale, prima
di tutti dal direttore,
Adolfo Ferraro. Quel tipo di
medicoilluminato e
illuminante, sguardo
sornione acceso da lampi di
intelligenza a fior di
pelle, che legge dentro. Ma
con grazia e ironia. A
Valentina, si vede, si è
legato. Forse gli piace
avere un occhio "capace",
come quello di una ragazzina
in tuta e obiettivo. Che
conosce ogni angolo del
manicomio: ne mostra stanze
e percorsi, descrive
atmosfere e luci. Vederla
fuori da queste mura è
straniante: diventa ansiosa
mentre dentro è viva e
allegra. Perfettamente a suo
agio, si capisce che l'O.P.G.
è diventato una casa.
"Spesso mi trovo meglio a
parlare con i pazienti,
senza le mediazioni e le
ritualità formali che devo
usare con i cosiddetti
normali. Senza retorica, la
maggior parte di queste
persone, persone ripeto, non
farebbe più male a nessuno.
Ma la società non può più
accoglierli. Mi domando cosa
sia normale. So che è
rischioso restare qui a
lungo, eppure sento di
gestire la situazione.
Quando me ne andrò sentirò
nostalgia ma devo evolvermi,
umanamente e
artisticamente". Le
diapositive: in bianco e
nero, splendide, ipnotiche,
vederle in rassegna fa un
effetto-tunnel. Alcune si
presentano a dittici
inseparabili, cornici
organiche che possono
parlare solo insieme. Una di
queste coppie ritrae delle
guardie in una sequenza di
vita normale, sorridenti
nelle loro faccende. Il
manicomio è formato anche da
chi ci lavora, parte
imprescindibile. Ma i
protagonisti restano i
reclusi: "L'O.P.G. è una
vera e propria galera. Con
la non trascurabile
differenza che da questo
carcere non si sa quando
uscire. Formalmente molti
potrebbero essere
rilasciati, ma siccome non
si sa come reinserirli in
società restano qui". Torna
la spinosa questione
dell'applicazione della
legge Basaglia. In
un'immagine si vede solo una
mano, che sbuca al di qua
delle sbarre. Chiede
qualcosa, qualcosa a cui
Valentina è chiamata a dar
nome: "La violenza di questo
tipo di istituzione totale
risiede
nell'indeterminatezza delle
pene che le persone
scontano.
Il sistema ha una struttura
ad "imbuto" (facile
l'accesso, vicina ad essere
impossibile l'uscita) e
raccoglie numerosi tipi di
persone e reati. Gravi e di
lieve entità, accomunandoli
nella definizione, tanto
generica quanto
insignificante, di
pericolosità sociale". Il
Filippo Saporito ha infatti
due categorie di "ospiti": i
folli rei, quelli che, già
noti al servizio igiene
mentale, commettono reati e
i rei folli.
Impazziti
durante l'esperienza
carceraria. Come i due
amici-amanti che si
abbracciano rotolando
durante l'ora d'aria, in una
delle sequenze più toccanti
del reportage. Un'altra foto
mostra un paziente, fanatico
religioso, che stringe una
croce. Cerca una risposta al
delirio dentro e fuori di
lui.
Valentina ha anche
fotografato le prove di uno
spettacolo che gli internati
hanno interpretato sulla
scorta di un progetto del
gruppo teatrale
Gesualdi/Trono di Progetto
Attore InGestAzione, che in
gennaio a Galleria Toledo ha
messo in scena "Noi
aspettiamo (Godot?)". Il
capolavoro di Beckett usato
come calzante metafora di
un'attesa che aspetta se
stessa. Valentina è divenuta
d'ufficio fotografa di
scena, ma dice che "la pièce
non è stato il momento
essenziale di questo lavoro.
Più importante ciò che è
successo durante le prove:
la scoperta di una
possibilità di comunicazione
diversa, di un'intimità
fisica nuova". Il
manicomio ha una sua precisa
teatralità anche
strutturale. Molti scatti
immortalano gli spazi e gli
interni: un lager
indecifrabile, colori e
dimensioni che potrebbero
essere usciti da un gioco
ottico di Escher, i cui
abitanti non sanno come e
perché costruirsi in quanto
individui. "E non c'è legge
che possa mediare, o
amnistia che riesca a
tirarli fuori". Un Ergastolo
bianco, dunque, proprio
perché si tratta di una
tacita reclusione a vita. O
peggio, di questa, almeno,
si conosce il termine."Un
ergastolo è fine pena mai.
Un ergastolo bianco è: fine
pena X".
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Stagione teatrale 2007-2008
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Noi
aspettiamo (Godot?) |
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17-20
gennaio Galleria Toledo
Teatro Stabile d'Innovazione
Noi aspettiamo
(Godot?)
in
collaborazione con O.P.G.
Filippo Saporito Aversa
regia e preparazione attori:
Gesualdi/Trono
supervisione Enzo Moscato
17
gennaio, ore 12.00
Tavola rotonda
Il tempo e l'attesa
moderatore: Giuseppe Di
Bello- giornalista
relatori
Adolfo Ferraro - psichiatra,
Direttore OPG Aversa
Enzo Moscato - autore attore
Enrico De Notaris -
psichiatra
Laura Angiulli - autrice
regista
Rossella Bonito Oliva -
docente di Filosofia Morale
dell'Università L'Orientale
di Napoli
Valerio Cataldi -
giornalista TG2
"Questi
uomini - si legge nelle note
di regia - descrivono in
maniera circolare un mondo
dove tempo e spazio seguono
le regole del vuoto e del
silenzio. Questi due
elementi sono il fondamento
e la principale risorsa di
una totale libertà creativa
e genitrice: questi uomini
sono figli di se stessi".
Tale spettacolo è realizzato
per richiamare l’attenzione
ancora una volta sui
soggetti reclusi nell’OPG di
Aversa e che mantengono tale
stato di reclusione a causa
di assenze sul territorio di
provenienza di strutture
sanitarie o di servizi
psichiatrici in grado di
accoglierli.
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Articolo pubblicato su "Il
Napoli - polis" -
17-01-2008 |
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Aspettando Godot |
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Dal 17 al 20 gennaio
2008, il Teatro stabile
d’innovazione Galleria
Toledo presenta “Noi
aspettiamo (Godot?)”,
dal testo di Samuel Beckett
per la regia e l’adattamento
di Giovanni Trono e Anna
Gesualdi, la supervisione di
Enzo Moscato e
l’interpretazione di Remo,
Maharajah, Massimo e
Giuseppe, internati
dell’Ospedale Psichiatrico
Giudiziario Filippo Saporito
di Aversa. Adolfo
Ferraro, un passato di
attore teatrale alle spalle
e da anni impegnato nella
cura e nel recupero dei
reclusi internati nella
struttura che manicomiale
che dirige, difende la
scelta di un testo che a,
prima acchito, può sembrare
troppo criptico, impegnativo
e senza speranza.
“Non sono d’accordo
con chi crede che ai
pazienti lungodegenti o ai
pazienti affetti da
problematiche psichiatriche
bisogna far recitare i testi
di Eduardo de Filippo o di
Scarpetta e non quelli più
problematizzati come quelli
di Samuel Beckett. Quando
abbiamo proposto il testo
agli internati lo hanno
accettato volentieri perché
l’ospedale psichiatrico
giudiziario è un luogo
dell’attesa e, credo che
nessuno meglio di loro possa
interpretare, in maniera
consapevole, il dolore
legato allo scorrere
immutabile del tempo che, in
un non –luogo come quello
del manicomio, è fermo ed
immobile. Rappresentare per
loro Beckett assume una
molteplice valenza di
significati, non solo per le
connotazioni catartiche e
terapeutiche ad esse
collegate ma perché,
rispetto ad una commedia
passatempo e da dopolavoro,
li aiuta ad elaborare ed a
sublimare meglio il loro
dolore.” Il progetto di
laboratorio teatrale
intrapreso all’interno
dell’OPG di Aversa nel marzo
2007 proseguirà anche in
futuro ed è già in programma
l’allestimento de
L’eccezione e la regola
di Bertold Brecht che verrà
rappresentato al prossimo
Festival del Teatro di
Benevento.
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Articolo tratto dall’edizione
Num. 169 Anno 4 del 18/06/2007
“IL CARCERE POSSIBILE”,
INTERNATI-ATTORI IN SCENA AL TEATRO
MERCADANTE
di Antonio Mangione
AVERSA. “Il
Carcere Possibile”,
organismo o.n.l.u.s., nato
nel 2003 da un progetto
promosso dalla Camera Penale
di Napoli, rinnova per il
terzo anno, l’appuntamento
al Teatro Mercadante con la
rassegna dedicata alle
realtà di teatro-carcere
degli istituti di pena di
Napoli, del territorio
regionale e oltre. Saranno a
piede libero, per un giorno,
i detenuti-attori che
prenderanno parte alla
rassegna. All’iniziativa, in
programma al teatro
Mercadante di Napoli dal 20
al 26 giugno, parteciperanno
nove istituti di pena, di
cui due minorili, e
altrettante compagnie
teatrali. Tale rassegna
annuale di teatro è oggi uno
tra i più sensibili progetti
italiani di teatro-carcere,
teso alla denuncia delle
condizioni di vita
all’interno degli Istituti
Penitenziari, alla
rieducazione e al
reinserimento sociale dei
detenuti, che mantengono
tale stato di reclusione a
causa di assenze sul
territorio di provenienza di
strutture sanitarie o di
servizi psichiatrici in
grado di accoglierli.
Tra i vari Istituti
penitenziari campani che
prenderanno parte alla
rassegna, oltre a quelli di
Nisida e Poggioreale, vi
parteciperà anche l’Ospedale
Psichiatrico Giudiziario di
Aversa. Un gruppo di
ricoverati dell'O.p.g.
debutterà giovedì 21 giugno
alle ore 18:30 al teatro
Mercadante con il testo
teatrale “Noi aspettiamo
(Godot?)”, liberamente
ispirato all’opera
“Aspettando Godot” di Samuel
Beckett, realizzato con gli
operatori della Teatro
Terapia, su progetto e regia
di Anna Gesualdi e la
supervisione di Enzo
Moscato. Il vuoto e il
silenzio come elementi e
condizione creativa,
genitrice: gli uomini
protagonisti della storia
sono figli di se stessi,
proprio come i personaggi di
Aspettando Godot.
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Sabato 23 Giugno 2007
Successo al
Mercadante per “Carcere possibile”
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Napoli –
Sta riscuotendo successo la rassegna
di teatro Il carcere possibile, il
ciclo di spettacoli in scena al
Teatro Mercadante provenienti da
diversi Istituti Penitenziari di
Napoli, della regione Campania e del
Lazio. Hanno particolarmente
sorpreso - in un clima di grande
attenzione verso tutti i lavori
rappresentati - gli spettacoli
Mangiatene tutti della Casa
Circondariale di Poggioreale,
diretto dal regista Pino Carbone
(una singolare e a tratti struggente
incursione nei temi del Calvario e
della Passione di Cristo) e Noi
aspettiamo (Godot?) presentato
dall’Ospedale Psichiatrico
Giudiziario di Aversa su regia di
Anna Gesualdi e la supervisione di
Enzo Moscato.
Con alle spalle questi primi tre
giorni, la rassegna sospende il
programma sabato 23 e domenica 24
per riprendere lunedì 25, con una
giornata tutta dedicata agli
Istituti per minori. Alle 18.30,
infatti, i ragazzi detenuti dell’IPM
di Airola presentano al pubblico lo
spettacolo La tassa dell’ignoranza,
liberamente tratto da La patente,
Una voce e Enrico IV di Pirandello.
In scena con loro gli attori Enza Di
Caprio e Luca Nicolò. La regia è di
Antimo Nicolò.
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Mercoledì 13 Giugno 2007
Ricoverati
nell’Ospedale Psichiatrico al Teatro
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Aversa –
Il 21 giugno al Teatro Mercadante -
nell’ambito della rassegna Il
Carcere Possibile - un gruppo di
ricoverati nell’Ospedale
Psichiatrico Giudiziario di Aversa
debutterà con il testo teatrale
“Aspettando Godot” di Samuel
Beckett, realizzato con gli
operatori della Teatro Terapia
presso l’Istituto aversano (Gesualdi
- Trono- Scotto) e la supervisione
alla regia di Enzo Moscato.
Dalle note di regia :
“Il tempo di questi uomini- quello
dei loro occhi che guardano in
direzione di un altrove - un
non/luogo dove i nostri sguardi
troppo lineari non arrivano - essi
descrivono in maniera circolare un
mondo dove tempo e spazio seguono le
regole del vuoto e del silenzio.
Questi due elementi sono il
fondamento e la principale risorsa
di una totale libertà creativa e
genitrice : questi uomini sono figli
di se stessi. Come lo sono i
personaggi di Aspettando Godot”.
Tale spettacolo è realizzato per
richiamare l’attenzione ancora una
volta sui soggetti reclusi nell’OPG
di Aversa e che mantengono tale
stato di reclusione a causa di
assenze sul territorio di
provenienza di strutture sanitarie o
di servizi psichiatrici in grado di
accoglierli.
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Teatro in carcere/
Da Rebibbia a Secondigliano, il
Mercadante di Napoli porta in scena
le compagnie di detenuti
Lunedí 18.06.2007
19:05
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NAPOLI - Il
carcere si mostra. Si svela in
scena. E’ “il carcere
possibile”, quello che dà
il nome all’organismo onlus che da
tre anni propone in stretta
collaborazione con il Teatro
Mercadante di Napoli, una
rassegna teatrale ricchissima e
intensa, coinvolgendo le compagnie
di numerosi istituti di pena. Un
appuntamento che quest’anno si
rinnova nella città partenopea dal
20 al 26 giugno.

Un momento
dello spettacolo “Noi aspettiamo
(Godot)”
Parte di un più
ampio progetto voluto dalla Camera
Penale di Napoli, che mira alla
denuncia delle condizioni di vita
all’interno degli istituti di pena,
alla rieducazione e al reinserimento
sociale dei detenuti, “la
rassegna – fanno sapere gli
organizzatori-, con le realtà messe
in rete e la sua articolazione, è
oggi una delle più sensibili realtà
italiane di teatro e carcere”. Dieci
gli spettacoli in programma,
allestiti dai penitenziari di
Roma-Rebibbia, Poggioreale,
Opg Aversa, Arienzo, Secondigliano
Lauro, Airola, Nisida, Benevento,
Civitavecchia. Ad aprire il
programma mercoledì 20, alle 18.30
circa, “Tutti i colori della notte”,
presentato dalla Compagnia
Stabile Assai della Casa di
Reclusione di Roma-Rebibbia.
Lo spettacolo, con un testo di Marco
Valeri e la regia di Antonio
Lauritano, alterna brani teatrali,
testi poetici e canzoni di un
itinerario che attraversa stati
emotivi come l’attesa, l’ansia, la
paura, il desiderio, la speranza.
Sentimenti che, come un filo rosso,
attraversano tutti gli appuntamenti
scelti per questo speciale
cartellone, che vede la libera
interpretazione di “Aspettando
Godot” di Samuel Beckett, “Miseria
e Nobiltà” di Eduardo
Scarpetta, “Lo stato di
assedio” dal dramma di
Albert Camus. E ancora “Nuvole”,
liberamente tratto da“Le Nuvole” di
Aristofane.
L’ingresso è
gratuito, fino ad esaurimento posti.
Paola
Simonetti
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